By Vincenzo Cotroneo*, Security & Military Advisor of STAM Strategic & Partners Group Ltd, July 2020

Di cosa stiamo parlando.

Chiariamo fin da subito di cosa si discute. Di un atto politico, assolutamente legittimo e pienamente rientrante nei poteri che la costituzione turca assegna al suo Presidente. Il passaggio dinanzi al Consiglio di Stato, è infatti di carattere non vincolante, ma consegna alla volontà politica la patente di legittimità ricercata, e già ottenuta a livello popolare, cosa che i media europei ben si guardano dal sottolineare.  Si immagini che, molti in Europa che gridano allo scandalo ed al sacrilegio non abbiano contezza di cosa fosse e dove rimanesse fisicamente collocata la struttura a pianta basilicale eretta nella vecchia Costantinopoli, fatta eccezione per i viaggiatori mordi e fuggi delle tante crociere che attraversano il Bosforo e gli studiosi di storia, società, culture e religioni che su questa contesa  e sulla storia della cattedrale/moschea/museo intitolata alla Sapienza hanno letto trattati e pagine di ottimi libri.

Introduzione al lavoro e identificazione del paradigma analitico

Nessuna matrice. Solo un ragionamento, logico e scevro dalle passioni di natura emotiva che scaturiscono da relazioni intimistiche e assolutamente personali con i temi della fede (religiosa e politica), della divinità, dell’etica legata all’assolvimento di compiti preordinati da messaggeri e profeti di ogni angolo del mondo.

La declinazione del potere nel tumultuoso mondo musulmano.

E’ dal concetto di sistema, di insieme del mondo musulmano che parte la ricerca di una motivazione che legittimi una azione capace di riferire su una scelta, che può essere vestita con ogni giacca che si voglia utilizzare a seconda del contesto nel quale ci troviamo a parlare. Un emiciclo politico, una sala vaticana, una chiesa ortodossa o un giardino della moschea.

La lettura dei piu scatenati commenti a quanto avvenuto con la decisione di Erdogan, sposa una di queste circostanze prefissate, e la contestazione o l’endorsement che ne segue,  finisce per evidenziale non già il percorso logico ed ideologico alla base della stessa decisione, ma a evidenziare se mai la parte preferita di chi scrive, urlando allo scempio culturale da una parte  o ringraziando Dio di questo regalo inatteso, dall’altra.

Partiamo dal cuore di questa premessa; L’Islam non ha una unica e sola identità.

La difficoltà della gestione della grande massa della popolazione di una fede che si riconosce in appena cinque precetti immutabili, travalicando ogni aspetto culturale geografico e linguistico, è nella identificazione di una guida che possa ritenersi unica ed esemplare, in un contesto comunitario dominato dalla pluralità piu estrema, e da una ampia forbice di ricezione del credo (di fatto connotato da piu sfumature, fino alle ideologie piu estreme). E’ quindi estremamente complesso in questa realtà sociale, individuare una serie di elementi – che non siano quelli avuti in dote nel 632 dc dal Profeta e dai suoi primi quattro califfi successori – in grado di poter essere considerati esenti da distinguo dalla ummah islamiyya (la comunità islamica)

E’ bene ricordare, che l’Islam, come ogni ordine prestabilito che sopporta il peso della gestione comunitaria, è un preciso sistema legislativo, che sostiene  uno schema politico adeguato ai suoi bisogni. Ogni decisione, ogni pretesa, ogni guerra o alleanza, ogni singola piccola o grande azione portata avanti e conclusa nell’ottica pubblica dai governanti della comunità (in ogni sua forma cellulare, dalla piu piccola tribù al grande Stato)  contribuisce ad irrobustire, rinsaldare e confermare questo assunto. L’Islam è per il governante, un modello di affermazione del potere. Attraverso la legislazione e l’appiglio fornito dai sapienti circa la adeguata interpretazione delle Sure coraniche e degli Hadit riportati dalla tradizione, il governante opera una serie di manovre tali da consentirgli la gestione del proprio ruolo, il mantenimento del potere politico, la definizione delle strategie che lo porteranno ad affermarsi come guida della comunità.

Giova sottolineare la caratteristica principale dell’Islam. L’Islam è politica. 

Non vi è quindi nulla nell’azione di governo che non abbia una particolare finalità ricadente sulla gestione e sulla condotta dell’intera comunità islamica.

Come disse all’alba della rivoluzione islamica iraniana, l’ayatollah imam Khomeini, “l’islam è politica o è niente”. Ogni azione, quindi, che sia capace di ottenere attenzione e plauso per le modalità di condotta, è dunque una azione capace di sviluppare e creare una funzione positiva in termini di Leadership, soprattutto all’interno di un mondo oggi ampiamente in disordine sotto questo aspetto, come quello islamico.

Il valore in discussione.

I valori in gioco in questo caso, sono nettamente diversi tra le culture, ed ognuno è un libero battitore che agisce per il proprio vantaggio. Santa Sofia è una carta di rilevanza enorme per il gioco interno alla geopolitica  musulmana.  Lo status di questa struttura ha poco a che vedere con la questione religiosa, ma ha una attinenza altamente affine a quella politico sociale. E’ una questione di principio politico, di strategia da Risiko raffinato. Volendo provocare, si potrebbe affermare che la questione, è di pari livello simbolico –  per la successione delle dominazioni – a quella di Gerusalemme, idealmente capitale di Israele e coacervo di ricettacoli geopolitici tra Paesi, culture, fedi e interessi di predominanza di spazi. E’ utile però capire da dove parte la questione di Santa Sofia, e della improvvisa sveglia che la mossa di Erdogan ha suonato all’intero mondo cristiano, sia cattolico che ortodosso (e relative istanze politiche).

La basilica, è intitolata alla Sapienza che nella teologia cristiana ed ebraica è attributo divino, mentre nella letteratura gnostica risulta essere attribuita all’ultima emanazione di Dio, ovvero al Cristo.

La chiesa fu costruita sotto ispirazione dell’imperatore Giustino nel 537, ed è stata sede di vari culti; greco cattolico dal 562 al 1054, ortodosso fino al 1204 (e poi dal 1261 al 1453), cristiano di rito romano dal 1204 al 1261 e poi islamico dal 1453 al 1931 quando il Presidente Ataturk promotore di una Turchia estremamente europea e laica nella sua struttura trasformò per decreto la Moschea in Museo vietandone ogni culto interno.

Ma, quello che non si sa, è che nel corso degli anni notevoli concessioni sono state fatte, come adibire stanze all’interno per la preghiera, e l’utilizzo dei minareti per il richiamo della preghiera due volte al giorno nel pomeriggio da parte del muezzin.

Fuori tempo massimo

Le note di biasimo e di preoccupazione generale che si levano oggi da molte parti – siano esse religiose o culturali-politiche – giungono quindi e comunque ampiamente fuori tempo massimo.

Un atto interno del Governo che decide sulla destinazione d’uso di una sua proprietà immobiliare, ancorché nota e famosa la mondo, in atti un museo (inutile aggrovigliarsi sulle appartenenze passate, forse si sarebbe dovuto alzare la voce o scrivere  a suo tempo) non è qualcosa su cui la comunità internazionale può esprimersi entrando a gamba tesa.

Oltre piu se questa entrata è ampiamente fuori ogni tempistica relativa ad un processo di cambiamento di quella Turchia liberale e laica che Ataturk aveva pianificato, e che oggi piaccia o meno è un ricordo quasi cancellato dalle continue riforme del Presidente Erdogan, che non ha mai nascosto ne la sua piena aderenza alla fede, ne la sua simpatia per i partiti religiosi e le organizzazioni pericolosamente in bilico come la Fratellanza Musulmana che da tempo è considerata organizzazione terroristica in molti paesi dell’area MENA e che ha invece trovato ospitalità ed asilo propri  tra la Turchia ed il Qatar.

Anni in cui la Turchia ha avuto al suo confine la presenza delle organizzazioni politiche territoriali governate dallo Stato Islamico, in quella striscia grigia di frontiera nella quale tutto era consentito l’occidente girava lo sguardo altrove, come con la tenace questione interna contro il popolo curdo. E cosi via, il prezioso alleato della Nato si è trovato nella posizione di poter operare strategicamente per invertire la rotta saudita, che si proponeva come nuova guida generale attraverso la figura del principe Bin Salman. Un veloce giro sui social media arabi rivela una felicità generale ed autentica, con post che osannano la Turchia ed il suo padre (notevole attribuzione), uomo capace e con il coraggio mancante ad altri leader fantocci degli Usa e di Israele (ancor piu significativo quando tali commenti arrivano dall’Arabia Saudita) e cosi via, affermando come sia l’uomo giusto per governare il nuovo panislamismo che dalle catene montuose  asiatiche arriva oggi alle coste dei paesi occidentali dell’Africa, intercettando popolazioni e governi, oltre che tutta una serie di organizzazioni territoriali che potrebbero senza’altro essere gioco utile ad una opzione di pacificazione sotto una sola bandiera e persona.

Anche le proteste del mondo religioso poco hanno attecchito su un procedimento amministrativo interno di rassegnazione di indirizzo ad una struttura museale. Russi, greci, romani e organizzazioni culturali sanno che la loro alzata di scudi è senza definizione finale. Serve però a salvare l’apparenza e poter firmare la presenza nella contestazione.

Non è vero che Santa Sofia chiude poiché nessuna moschea è chiusa alla visita privata sia di musulmani che di non musulmani, le strutture artistiche non saranno oggetto di furia iconoclasta (perché di importanza storica e soprattutto richiamo turistico). Erdogan non è uno stupido, e la sua mossa non è dettata dalla fede, ma dall’intelligenza strategica. Ha bloccato ogni assalto alla diligenza di presunte manovre contro le minoranze religiose, confermando la tutela della libertà di espressione della fede nelle altre 453 chiese e sinagoghe che le maggiori città turche ospitano.

“ Con il suo nuovo status, Santa Sofia continuerà ad accogliere tutti. Come tutte le nostre moschee, le porte continueranno a essere aperte a tutti, turchi e stranieri, musulmani e non musulmani, la diversità è la nostra ricchezza”. Con questa affermazione Erdogan smorza ogni tentativo di polemica, ricordando che la decisione è assunta in forza dell’ultima destinazione della struttura,  e del fatto che, – elemento molto sottovalutato da tutti i media- , all’interno della Moschea di Aya Sofia, sono celebrati, sui medaglioni appesi alle colonne interne,  i nomi di Allah e del profeta Mohammed, e dei quattro califfi rashidun (nel pieno rispetto della comunità Sunnita che si ritrova in questa discendenza dinastica prima dei califfati successivi) ed i nomi dei due nipoti del profeta, figli del cugino Ali bin Abu Talib, Hassan ed Hussain  (che onorando il sacrifico della battaglia di Kerbala del 680 dc, ricordano le origini della componente confessionale sciita della comunità islamica).

La simbologia è dunque servita. Piena e assordante per un popolo che vive di tradizione orale, di un libro sacro e di negazione di ogni altra forma di conoscenza o di accesso se non selettivo alla gnosi.

Un popolo che vive la sofferenza della mancata immaginazione del disegno divino, la mancanza di segnali o la presenza di segnali contradditori. Un popolo che distribuito in medioriente, ma anche in grande numero in Africa e nella vecchia Europa con tassi di gioventù altissimi,  sogna il giorno della rivoluzione,  il giorno nel quale un nuovo condottiero guiderà il mondo al pieno riconoscimento del sentimento dettato dall’islam – perché cosi è scritto nel libro –  e ne governerà le genti. Allora sarà la perfezione della rivelazione, si pensa. Ma senza entrare nei meandri della fede e della interpretazione dei precetti, possiamo affermare che Erdogan non è stato sordo a questa rincorsa, a questa richiesta comunitaria, ed oggi con Santa Sofia che torna Moschea, ha giocato un ottima mano sul tavolo della leadership musulmana dei prossimi vent’anni.

*Analista specializzato in Studi Islamici. Docente universitario.

 Ricercatore in Islamic Cultural Awareness.